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ADDIO DUBBI SULL'APPALTO DI MANODOPERA OBBLIGAZIONI A CARICO DELL'INTERPONENTE

DeG - Dir. e giust., fasc.42, 2006, pag. 10

Ubaldo Lopardi -

Classificazioni: APPALTO (Contratto di) - In genere

Niente responsabilità solidale, l'interposto risponde solo dei danni

Alla violazione del divieto di intermediazione e interposizione nelle prestazioni di lavoro (legge 1369/60 articolo 1) consegue: a) la nullità del contratto tra l'appaltante e l'appaltatore; b) l'instaurazione ex lege di un rapporto di lavoro diretto tra il committente e i prestatori di lavoro assunti dall'interposto. Per tale motivo solamente l'utilizzatore delle prestazioni lavorative, l'appaltante, è il vero ed effettivo titolare del rapporto lavorativo e per questo è l'unico a dover rispondere delle obbligazioni scaturenti da tale rapporto. Infatti l'esclusività della titolarità del rapporto di lavoro e lo schema contrattuale classico, datore di lavoro-prestatore di lavoro, non consentono l'intromissione di soggetti terzi, gli appaltatori interposti, i quali, di conseguenza, non possono vantare diritti né assumere obblighi nei confronti dei lavoratori. Questo, in sintesi, il principio formulato dalle Sezioni unite 22910/06 (pubblicata a p. 13).

LA RATIO DELLA NORMATIVA

Il legislatore al fine di tutelare il soggetto debole del rapporto, il lavoratore, con la legge 1369/60 volle creare uno strumento diretto a evitare lo sfruttamento dei lavoratori. Tale legge consacrava il principio secondo il quale non era ammissibile che lo svolgimento del rapporto di lavoro potesse attuarsi al di fuori dello schema contrattuale che vuole il creditore delle opere direttamente responsabile nei confronti del prestatore di esse.

Si vietava il fenomeno del marchandage du travail e cioè l'assunzione di lavoratori da parte di imprenditori, i quali figuravano solo formalmente come datori di lavoro e in realtà ponevano a disposizione di altri imprenditori le prestazioni relative. Ciò veniva fatto per corrispondere un trattamento economico inferiore a quello che sarebbe spettato ai lavoratori, se fossero stati assunti direttamente dal committente, destinatario effettivo delle prestazioni lavorative e per disporre un regime di tutela meno privilegiato rispetto a quello che il lavoratore avrebbe avuto se fosse stato assunto dall'effettivo utilizzatore. In tal modo si creava una fattispecie nella quale il mercimonio dell'uomo lavoratore portava vantaggio solamente al committente il quale retribuiva le prestazioni in misura inferiore a quella dovuta, se i lavoratori fossero stati alle sue dirette dipendenze, e all'appaltatore interposto, il quale lucrava sulla differenza fra il prezzo dell'appalto e le retribuzioni corrisposte ai lavoratori. Inoltre il quadro fraudolento veniva predisposto in modo che l'intermediario, spesso Spa o Srl, fosse un soggetto di scarsa solvibilità. Proprio per porre fine allo sfruttamento dei prestatori di lavoro il legislatore impose il divieto di intermediazione e interposizione nelle prestazioni di lavoro.

LA RESPONSABILITÀ SOLIDALE

L'articolo 1 legge 1369/60 ha creato molti problemi applicativi sia di natura sostanziale che processuale. Il problema principe, però, è sempre stato legato alla sussistenza o meno della responsabilità dell'appaltatore.

Fino alla sentenza della Cassazione 5901/99 la giurisprudenza era per lo più univoca nell'affermare la responsabilità solidale dell'utilizzatore e dell'appaltatore; infatti molte sentenze nel ribadire tale principio dichiaravano di riferirsi ad un indirizzo maggioritario della Suprema corte (Cassazione 1355/93; 3096/01).

La norma non poneva dubbi sulla responsabilità del committente. Infatti i prestatori di lavoro, occupati in violazione del divieto di intermediazione, erano considerati, a tutti gli effetti, alle dipendenze dell'appaltante il quale effettivamente utilizzava le loro prestazioni. Era, quindi, la legge stessa a giustificare il rapporto di lavoro appaltante-prestatori di lavoro e le responsabilità da esso scaturenti.

Invece l'assenza di riferimenti normativi alla responsabilità dell'appaltatore veniva surrogata dalla giurisprudenza. Non è mai sorta contestazione circa la nullità per illiceità dell'oggetto e della causa del contratto stipulato tra appaltante e appaltatore. Stante questa nullità la responsabilità dell'appaltatore veniva giustificata dal principio dell'apparenza del diritto e dell'affidamento dei terzi in buona fede. Ciò era avvalorato dalla pronuncia delle Sezioni unite le quali, chiamate a risolvere il contrasto relativo alla sussistenza o meno di un litisconsorzio necessario tra committente e appaltatore nel caso di domanda del lavoratore intesa ad accertare un'intermediazione illecita di manodopera e la sussistenza del rapporto lavorativo con il committente, nella motivazione, nell'escludere tale litisconsorzio, prevedevano la possibilità di una responsabilità dell'interposto il quale avesse costituito situazioni di apparenza (Sezioni unite 14897/02). Il lavoratore non poteva essere privato del diritto di richiedere l'adempimento degli obblighi retributivi, in virtù del principio dell'apparenza del diritto e della tutela dell'affidamento, a colui che l'aveva formalmente assunto e, fino ad un certo punto, formalmente retribuito; in tali fatti erano ravvisabili quei comportamenti colposi o dolosi, posti da parte del soggetto titolare della situazione apparente, generatori dell'errore del terzo nei cui confronti era invocata l'apparenza (Cassazione 3096/01). Ne conseguiva che nella fattispecie interpositoria l'apparenza soccorreva il lavoratore per mantenere la fonte dell'obbligo derivante dell'instaurazione di un rapporto di lavoro nei confronti dell'appaltatore malgrado la nullità del contratto di appalto di mere prestazioni di lavoro e la conseguente, ex lege, costituzione del rapporto di lavoro con l'interponente.

Inoltre si riteneva che la responsabilità dell'appaltatore non potesse essere esclusa in quanto sarebbe risultato illogico ed irrazionale un sistema normativo che prevedesse la responsabilità solidale nei confronti del lavoratore del committente e dell'appaltatore, nei casi eccezionali di appalto lecito (legge 1369/60 articolo 3) e nel contempo escludesse qualsiasi responsabilità dell'interposto nell'appalto illecito. Di conseguenza oltre al principio dell'affidamento e dell'apparenza la responsabilità solidale veniva fondata anche su di un'interpretazione analogica dell'articolo 3 legge 1369/60.

Però, a prescindere da qualsiasi motivazione, la Suprema corte dichiarava la responsabilità solidale dell'appaltante e dell'appaltatore sulla base di un principio cardine del nostro ordinamento: la tutela del lavoratore. Infatti, attraverso la previsione della responsabilità solidale, i giudici stessi volevano garantire e tutelare il prestatore di lavoro il quale, per volontà del legislatore, non poteva essere ricondotto, per opera di un accordo fraudolento, ad oggetto di un contratto.

ESCLUSIONE DELLA RESPONSABILITÀ: LE SEZIONI UNITE

Attenendosi ad un interpretazione strettamente letterale dell'articolo 1 della legge 1369/60 le Sezioni unite sono giunte ad affermare il principio della responsabilità dell'appaltante escludendo la sussistenza di qualsiasi obbligazione in capo all'appaltatore.

Il contratto di lavoro ha natura bilaterale e non plurilaterale, per tale motivo al rapporto utilizzatore prestatore di lavoro non può concorrere un ulteriore rapporto di cui sia titolare l'appaltatore. Infatti la norma che disciplinava il divieto di interposizione non prevedeva la possibilità di derogare allo schema contrattuale classico datore di lavoro prestatore di lavoro e non consentiva la costituzione di un rapporto trilaterale nel quale il prestatore di lavoro si trovasse garantito e soggetto a due datori di lavoro l'uno formale e l'altro sostanziale. Anzi la norma stessa, stante la nullità del contratto tra appaltante e appaltatore, instaurava un rapporto diretto ex lege tra il prestatore di lavoro e l'utilizzatore, escludendo, di fatto, qualsiasi rapporto giuridico tra il lavoratore e l'appaltatore. L'esclusività della titolarità del rapporto lavorativo non poteva essere derogata neanche dal principio dell'apparenza e dell'affidamento del terzo. Infatti, in applicazione di tale principio, l'appaltatore diveniva titolare di un vero e proprio rapporto di lavoro presupposto apparente anch'esso inconciliabile con il principio dell'esclusività. Inoltre l'apparenza era esclusa in materie, come questa, esaurientemente e specificamente disciplinate, non integrando un istituto di carattere generale, ma operando nell'ambito dei singoli negozi giuridici secondo il vario grado di tolleranza di questi in ordine alla prevalenza dello schema apparente su quello reale.

Le Sezioni unite confutano anche la possibilità dell'applicazione analogica dell'articolo 3 legge 1369/60 il quale prevedeva una responsabilità solidale dell'appaltante e dell'appaltatore negli appalti leciti. Ciò in quanto non può applicarsi, per analogia, una normativa la quale disciplini una fattispecie lecita ad una fattispecie illecita quale quella scaturente dal divieto di interposizione e intermediazione ex articolo 1 della legge citata. Stante tale disomogeneità se il legislatore avesse voluto prevedere una responsabilità solidale tra appaltante e appaltatore avrebbe dovuto disporlo espressamente e ciò non ha fatto. L'interpretazione letterale porta alla conclusione che il silenzio del legislatore deve essere considerato quale negazione della solidarietà.

DAL DIVIETO DI INTERPOSIZIONE ALLA DISCIPLINA DELLA SOMMINISTRAZIONE

Il D.Lgs 276/03 ha rivoluzionato la materia modificando la struttura tradizionale del rapporto di lavoro. Infatti la dissociazione tra l'utilizzatore e il datore di lavoro formale, prima vietata, non è stata più considerata lesiva dei diritti e degli interessi dei lavoratori; anzi viene vista come un'ulteriore opportunità di occupazione. Già la legge 196/97 consentiva, in termini di mera eccezione alla regola di cui alla legge 1369/60 ed entro limiti determinati, la stipulazione tra imprenditori di un contratto di fornitura di lavoro temporaneo.

Il D.Lgs 276/03, con l'abrogazione delle leggi 1369/60 e 196/97, ha disciplinato le ipotesi di somministrazione di lavoro altrui non più limitate al soddisfacimento di mere esigenze temporanee dell'utilizzatore. In tal modo il legislatore ha superato lo sfavore e la diffidenza verso ogni forma di esternalizzazione e decentramento produttivo.

Il contratto di somministrazione di lavoro, a tempo indeterminato o determinato, viene concluso, in forma scritta e nel rispetto delle prescrizioni contenute nell'articolo 21, dall'utilizzatore con un'agenzia, appositamente autorizzata. Comunque, l'attività di fornitura di manodopera non può essere considerata libera essendo consentita solo ove sussistano le condizioni idonee ad evitare una lesione dei diritti dei lavoratori; deve essere considerata come un'eccezione non suscettibile né di applicazione analogica né di interpretazione estensiva.

Con la somministrazione si instaura una relazione giuridica trilaterale in quanto il lavoratore, pur dipendendo dal somministratore che lo retribuisce e che detiene il potere disciplinare, è tenuto a svolgere la propria attività nell'interesse e sotto la direzione e il controllo dell'utilizzatore. Il somministratore e l'utilizzatore sono responsabili in solido per il pagamento delle retribuzioni e dei contributi dei lavoratori i quali hanno diritto ad un trattamento economico e normativo complessivamente non inferiore a quello dei dipendenti di pari livello dell'utilizzatore, a parità di mansioni svolte.

Il contratto privo di forma scritta è nullo e i lavoratori sono considerati a tutti gli effetti alle dipendenze dell'utilizzatore; nulla cambia rispetto alla disciplina della legge 1369/60 articolo 1 comma 5. Tale conseguenza vale anche per quanto riguarda la somministrazione fraudolenta, posta in essere con la specifica finalità di eludere norme inderogabili di legge o di contratto collettivo applicato al lavoratore.

In queste due ipotesi, astrattamente riconducibili alla disciplina ex articolo 1 legge 1369/60, il principio di diritto posto dalle Sezioni unite 22910/06 potrà trovare applicazione.

Nel caso della somministrazione irregolare (D.Lgs 276/03 articolo 27), la quale si verifica quando il contratto è posto in essere fuori dei limiti previsti dalla legge, il lavoratore può agire ex articolo 414 Cpc nei confronti del solo utilizzatore (il legislatore fa proprio l'orientamento delle Sezioni unite 14897/02 relativo all'insussistenza di un litisconsorzio necessario tra interposto e interponente) al fine di richiedere la costituzione di un rapporto di lavoro alle dipendenze di quest'ultimo. A prescindere dal dibattito dottrinale relativo alla qualificazione della sanzione, nullità (Ichino, La somministrazione di lavoro, in autori vari, Il nuovo mercato del lavoro, Commentario, coordinato da Pedrazzoli, Bologna, 2004, p. 281) o annullabilità (Corazza, Somministrazione di lavoro e appalti, in Diritto e processo del lavoro e della previdenza sociale, a cura di Santoro Passarelli, Milano, 2006, p. 1248), ciò che interessa è di verificare se sussista o meno una responsabilità solidale del somministratore irregolare. La sanzione prevista dalla legge è l'imputazione del rapporto di lavoro all'utilizzatore, di fatto analoga a quella prevista dalla legge 1369/60 articolo 1 comma 5 anche se condizionata dalla domanda del lavoratore.

Anche in tal caso stante l'invalidità del contratto di somministrazione e la costituzione ex tunc di un rapporto con il solo utilizzatore, attenendoci ad un'interpretazione letterale, si potrebbe concludere che nel silenzio della norma non vi possa essere una responsabilità del somministratore il quale viene, dalla legge stessa, escluso da qualsiasi rapporto con il prestatore di lavoro tanto che tutti i pagamenti effettuati e gli atti compiuti per la costituzione e gestione del rapporto si intendono compiuti dall'utilizzatore che viene riconosciuto datore di lavoro. Quanto affermato mostra l'efficacia e la rilevanza della pronuncia delle Sezioni unite, relativa ad una fattispecie abrogata, i cui principi di diritto possono trovare applicazione al fine di risolvere le problematiche relative alle ipotesi previste dalla nuova normativa.

CONCLUSIONI

Nell'ambito del divieto di intermediazione e interposizione nelle prestazioni di lavoro (legge 1369/60 articolo 1) l'appaltante è l'unico responsabile delle obbligazioni retributive e contributive le quali hanno il loro fondamento nel contratto di lavoro costituito ex lege con il prestatore di lavoro assunto dall'interposto. Ne consegue che l'appaltatore può essere chiamato a rispondere nei confronti del prestatore di lavoro o di terzi solamente a titolo di responsabilità ex articolo 2043 Cc, ove ne sussistano i presupposti. Tale principio di diritto potrebbe, stanti le affermazioni della Suprema corte, ripercuotersi anche sull'istituto della somministrazione.

Utente: lopga01 LOPARDI GABRIELLA E LOPARDI UBALDO - www.iusexplorer.it - 02.08.2017


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